scheda bio-bibliografica

Opere pubblicate:

 

Col nome di padre Giuseppe Arcangelo:

 

1°) Le grotte del Paradiso, vita del Beato Arcangelo Placenza, francescano, nel V Centenario della morte, Palermo, 1960;

2°) Le Suore di Carità del Principe di Palagonìa, Numero Unico, nel 50° di madre Beatrice, Palermo, 1962;

3°) Il Principe di Palagonia, (opuscolo), Palermo, 1963;

4°) Padre Antonio Garra, scrittore, per il Numero Unico del suo 50°, Ragusa, 1964.

5°) La coscienza dei cattolici e il problema delle Chiese separate, conferenza, Mov.Laureati Cattolici, 21/02/1964;   

6°) La roccia e lo spirito, vita di Madre Florenzia Profilio, fondatrice delle Suore Francescane di Lipari, Bari, ed. Paoline, 1967;

7°) Il barone Antonino Petyx, (opuscolo), Palermo, 1974;

8°) Il Corriere di Sicilia e il barone A. Petyx, saggio di storia del giornalismo, Istituto Superiore di Giornalismo, Palermo, 1976.

    Per Petyx, articoli su periodici: Telestar, 22 nov. 1965; Il Giornale di Sicilia, 2 nov. ‘67; Frate Francesco, luglio ’67.

 

Col mio nome di battesimo e civile:

 

9°) Nera fonte di luce, biografia ufficiale di San Benedetto il Moro, nel V Centenario, Palermo, Assessorato ai Beni Culturali e Frati Minori, 1989;

10°) Presentazione  del Convegno Storico “S.Benedetto e il suo tempo”, relazione introduttiva agli Atti, Palermo 1990;

11°) La schiavitù in Sicilia nel secolo XVI, conferenza, Palermo, 1992;

12°) Momenti e figure del francescanesimo nella storia della  Sicilia Occidentale, conferenza, Alcamo, 1992;

13°) Un africano a Palermo nel secolo XVI, conferenza, Aula Magna dell’Università di Palermo, 24 aprile 1996; 

14°) Don Francesco P. Gravina, biografia del fondatore delle Suore di Carità del P.pe di Palagonìa, 1° ed. Flaccovio, Palermo, 1991; 2° ed. riveduta ed ampliata, Arte Tipografica, Napoli, 1998;

 

 

15°) Il beato Arcangelo Placenza da Calatafimi, Alcamo, 1993, per incarico dell’Ass. Culturale “B. Arcangelo”;

16°) Gli scritti inediti di don Francesco Paolo Gravina principe di Palagonia conservati nell’Archivio di Stato di Palermo, in Archivio Storico Siciliano, organo della Società Siciliana per la Storia Patria, 1998, serie IV, vol. XXIV.

17°) Francesco P. Gravina tra illuminismo francese e giurisdizionalismo borbonico, relazione al Convegno Storico, Salone delle Aquile, Municipio di Palermo, 15 maggio 2000;

18) L’anima di un grande tra le carte di un ufficio, conferenza su F.P. Gravina, teatro Ranchibile, Palermo, 25 settembre 1998.

19°) La Parola è seme, biografia ufficiale di padre Gabriele Allegra francescano, fondatore dell'Istituto Biblico Cinese, Assisi, Porziuncola, 1997, in vista della beatificazione;

20°) Amare sino alla fine, riflessioni sulla vita e sul pensiero del S.d.D. Francesco P. Gravina, Arte Tipografica ed., Napoli, 2000;

21°) Un apostolo della Cina alle soglie del Terzo Millennio, Arte Tipografica ed., Napoli, 2002;

22°) Lo sguardo nel futuro, madre M. Beatrice Catti, rifondatrice delle Suore di Carità, Napoli, 2005;

23°) La cattedra a rotelle, suor M. Alfonsa Bruno, Ancella Riparatrice, San Paolo, 2005;

24°) Cultura e mediazione in Giuseppe Maria Maniscalco, frate minore e vescovo, Ispica (RG), 2011;

25°) Ho collaborato al volume L’ardente e dolce forza del tuo amore, ritratti di francescani, Palermo, 2002;

26°) Andrai e tornerai, quasi un romanzo, Graus ed., Napoli, 2007;

27°) In attesa di pubblicazione: Il posto dell’ancella, autobiografia inconsapevole di suor Alfonsa Bruno;

28°) Sotto il generico (voluto da me) A cura della Congregazione delle Suore di Carità del Principe di Palagonia, ho raccolto e parzialmente scritto il volume di memorie: Intraprendenza, inventiva e santità in Francesco P. Gravina, che racchiude gli studi di un decennio, i diari del I Convegno Storico e del Processo Informativo Diocesano, Arte Tip., Napoli, 2002;

 

Un settembre del 1930...

 

    Sono nato a Siracusa il 17 settembre del 1930, compio quindi a giorni – settembre del 2011 - ottantuno anni. Voglia di bilanci, la mia (settembre, cadon le foglie e malinconie del genere)? Non molta, per la verità: piuttosto il contrario, voglia di fare qualcosa, e, non avendo altro da fare, mi penso e mi ripenso, e penso scrivendo essendo questo il mio vizio. Mi penso come scrittore, quindi, e quindi ancora parto di lontano, dalla mia formazione culturale. 
 
   I miei studi, dopo il liceo, sono stati: 1°) il corso quadriennale di teologia, negli studentati dei Frati Minori a Palermo; 2°) la laurea in lettere moderne, indirizzo storico, nel Pontificio Istituto di Scienze e Lettere “S.Chiara”, Napoli (la mia tesi, primo impegno intellettuale serio, fu “I moti costituzionali napoletani del 1820/21”); 3°) il diploma in giornalismo e radiofonia nell’Istituto Superiore di Giornalismo (oggi Scuola di Giornalismo dell’Università di Palermo); 4°) il biennio di paleografia, diplomatica e archivistica nell’ Archivio di Stato di Palermo, abbandonato prima del diploma (erano gli anni delle decisioni e avevo altro da pensare…), che rimane uno degli studi più amati.
   Dal 1946 al 1969 sono stato frate minore e sacerdote. Nel 1970 ho chiesto e ottenuto di lasciare l’abito francescano. Nel 1973 mi sono sposato con Lucia, sono padre di Massimo e di Ezio e vivo e lavoro a Napoli.
 
   Appassionato di storia siciliana, ho pubblicato con diverse case editrici numerose biografie e saggi su personalità del mondo cattolico. Ho insegnato (anni felici) letteratura italiana, storia e storia dell'arte nel liceo francescano di Palermo, e arte sacra nel seminario maggiore dell’archidiocesi. Ho fatto parte della (fragile e inutile) Commissione per l’Arte Sacra della provincia francescana della Sicilia, e sono stato Assistente del Movimento Laureati della diocesi, che mi dette il polso ansioso della cultura cattolica italiana negli anni del concilio.
 
(Qui seguirebbe l’elenco delle mie pubblicazioni. Omesso)
 
Le mie riflessioni, dopo aver terminato la scheda.
 
   Quando misi su Internet il mio sito lo arricchii di un elenco parziale dei miei scritti. A mio giudizio undici libri rappresentavano abbastanza bene il mio contributo di biografo. Rileggendolo, però, mi sono reso conto che quell’elenco non rappresenta in realtà il mio grande lavoro di ricerca e di studio di tutta una vita. Allora mi sono messo ad elencare anzitutto per me, perché comincio a dimenticare, tutto quello che ho pubblicato in cinquanta anni, che tra l’altro rappresenta solo una parte del mio lavoro, perché un’altra parte è costituita dai miei discorsi, prediche, conferenze, e dall’insegnamento, i cui frutti sono andato riscoprendo in questi ultimi dieci anni incontrando casualmente, ma in alcuni casi cercato da loro, alcuni miei antichi discepoli (tra i sessanta e i settant’anni, perché io ho cominciato ad insegnare a ventotto anni, e loro ne avevano da diciotto a ventiquattro) che non solo non mi hanno dimenticato, ma mi hanno dimostrato che tanta parte della loro cultura e della loro apertura mentale ha avuto fondamento nella passione che io mettevo nell’insegnare, anzi nel nutrirli della poesia e dei grandi sogni e della ricca humanitas della nostra storia letteraria e degli infiniti orizzonti della nostra arte.
   Ma questo mio lavoro non è documentabile ed è già tanto che io sia riuscito a recuperarne tracce nella vita di alcuni miei ragazzi di allora. Sta chiuso nel mio cuore (e nella loro consapevolezza) e posso solo ringraziare Dio di averlo compiuto. Anche insieme a degli errori di impostazione pedagogica, so anche questo. Ma stavo imparando…
    
   I miei libri, allora. Libri, opuscoli, saggi storici, contributi vari. Nel recuperarne la memoria ho cominciato a stupirmi della lunghezza dell’elenco. Sapevo di avere scritto tanto e di tanti, ma messili in ordine numerico mi stupiscono per la loro quantitàe mi rivelano anche la ragione della mia irrequietezza presente nel non avere un personaggio preciso da scandagliare nell’anima e nelle vicende della vita. Sono orfano di anime e di vite da scavare. Per questo, credo, mi sono messo a scrivere di me e a continuare la storia della mia vita dopo “Andrai e tornerai”.
  
Gli esordi e i primi impegni seri.
 
   Avevo trent’anni, insegnavo da due anni letteratura italiana e storia dell’arte ai giovani frati, quando venne a cercarmi padre Damiano Consentino – uomo intelligente, ironico, interiormente ricco, grande amico – e mi propose di scrivere la vita del beato Arcangelo da Calatafimi. Ammirava le mie prediche che definiva brillanti, e sentiva i commenti degli studenti sulle mie lezioni (lui insegnava storia ecclesiastica) e mi disse: “Prova! Io scommetto su di te”. E nacque “Le grotte del Paradiso”, primo, dunque un po’ ingenuo, ma al quale mi dedicai con passione, scoprendo in me il piacere della ricerca e della ricostruzione storica.
 
    Poco tempo dopo fu madre Beatrice Catti (della quale quarant’anni dopo scrissi la vita!) a offrirmi un lavoro stimolante: preparare un Numero Unico sulla sua Congregazione, da lei praticamente rifondata. I numeri unici delle celebrazioni religioseerano fino a quel momento delle pubblicazioni noiose, tutte uguali per uno schema consolidato, con gallerie di malinconiche e brutte foto e di discorsi encomiastici e ripetuti. Posi invece a madre Catti due condizioni: libertà non solo di visitare le sue case religiose – che era il sistema abituale - e cogliere la loro vita reale, ma di cercare significative opere d’arte in Palermo, con uno dei migliori fotografi in città, Montalbano, per offrirmi la possibilità di creare un lavoro nuovo, diverso dai soliti, che celebrasse la vita delle suore appunto come “opera d’arte”.
   Era un’idea nuova e assolutamente originale. Che momenti ho vissuto! Nacque allora e si mosse in me il piacere di scoprire nell’opera d’arte il particolare significante: statue, sì, e archi di trionfo, e prospetti monumentali, ma anche angioletti ignudi e ammiccanti, crocifissi dolenti o croci trionfanti, mani nervose, e panneggi, e stucchi decorativi, e insomma i dettagli minuti dell’arte, da applicare ai momenti nascosti della quotidianità dell’umile vita delle suore, e svelarne l’intimo segreto.
 
    Poi ci furono la biografia di madre Florenzia Profilio e la causa Petyx. Madre Florenzia, donna risoluta e dura, ma fondatrice di una congregazione fiorente era morta da poco, Petyx da circa trent’anni. Dovevo scoprire quale era stato il loro segreto e cominciai quel lavoro di indagine e di invenzione (dal latino invenio=riscopro)delle carte e della loro interpretazione, edi scavo nella memoria dei testimoni. Sono stato fortunato, perché sia per madre Florenzia che per il barone Antonino Petyx erano viventi i parenti più stretti, i testimoni della vita e dell’attività e dei problemi, e molti documenti erano a disposizione. Ma quanti, e quanto disordinati! E spesso quanto delicati!
    In questa ricerca e rilettura di vite straordinarie ero facilitato dalle occasioni che mi venivano offerte: Lipari, che scoprii allora. I miei percorsi sull’isola non furono quelli del turista di ieri o di oggi: penetrai in giardini e vigneti che profumavano di erica, di mirto e rosmarino e in antiche case piene della luce e del biancore antico e pulito dell’edilizia liparitana, dove parlavo con vecchi dalla memoria talvolta vacillante tal altra lucida e viva, che mi offrivano bicchieri di malvasia. E poi villa Mortillaro a Palermo, allora disabitata (temo che ora sia peggio), uno dei gioielli dell’architettura della Piana dei Colli, che per me fu riaperta dalle figlie del barone Petyx, dove su vecchi mobili polverosi ma anche a terra giacevano in disordine pacchi di documenti, di giornali, di carte varie. In quel salone ci sarebbe stato da lavorare per mesi, dedicandovisi a tempo pieno. Ne trassi quello che mi sembrò importante per i tre lavori che dovevo fare sul grande uomo della carità e del giornalismo cattolico: la piccola biografia, gli atti per la causa di beatificazione, la storia del Corriere di Sicilia, che fu anche la mia tesi di diploma in giornalismo. Ma ne porto con me, a distanza di cinquant’anni, il senso di desolazione e di abbandono che spirava dal grande salone e da ciò che confusamente potevo vedere, buttando lo sguardo indiscreto verso l’interno in penombra.
 
La maturazione nella sofferenza.
 
   Finivano gli anni Sessanta. Io ero già nel tunnel della depressione. In discussione e da sottoporre a giudizio non erano più le vite di altri, ma la mia. Mi trasferii a Roma. Iniziò quel grande momento che è stato l’analisi, e nient’altro da fare che vagare per la città, e curiosare e smaltire la macerazione che nasceva dalle sedute. Da turista “colto”, non potevo accontentarmi di san Pietro e del Colosseo, e così andai a rivedere le parolacce negli affreschi in san Clemente, e i pavimenti cosmateschi, e tutto il Caravaggio possibile, e il teatro di Marcello e l’adorabile tempietto di Vesta. Continuavo però il mio diario, prezioso per me, iniziato da ragazzo e continuato saltuariamente perfino adesso. La città era la Roma del dopo-concilio, le mie frequentazioni – dopo la fine dell’analisi individuale - erano stranamente molteplici: le giovani donne che con i loro turbamenti e la loro fame di affetto e di sesso frequentavano l’analisi di gruppo del professor Napolitani e i pochi amici frati ormai anche loro sconvolti dalle dirompenti novità nella Chiesa del dopo-concilio. Due anni di una formazione diversa da quella del medievale noviziato di un tempo, lontano secoli, per il quale però tanta nostalgia.
   All’inizio del 1971 tornai a Napoli. Ero un ex frate abbandonato dalla Chiesa e dall’Ordine. Senza un soldo, chiesi aiuto alla mia famiglia.
      
    I venti anni che seguirono furono quelli della vita nova, più o meno dantescamente parlando. Ora ci sto lavorando, a quel periodo, (non parla Dante del libro della memoria?) nel quale Lucia e i ragazzi e la mia nuova attività furono dominanti. Però, dato che scrivo dei miei libri, fu nella mia casa di scapolo riconquistato alla vita civile che misi mano al mio romanzo “Diventare uomo”, che sarebbe diventato trent’anni dopo, riveduto e ridotto e molto addolcito (eh sì! la mia inguaribile incapacità di denunziare i responsabili!) il mio libro più bello: “Andrai e tornerai”.
 
Le opere della maturità.
                                           
    Era il 1988, quando mi telefonò padre Pietro Sorci, anche lui una persona così intelligente da poter essere insieme un uomo moderno e un ottimo religioso. A nome dei frati siciliani e dell’Assessorato dei Beni Culturali della Regione mi proponeva di scrivere la vita di san Benedetto il Moro, lo schiavo del Cinquecento di cui ricorreva il centenario.
  Per telefono non potevo abbracciarlo: quella chiamata era insieme il riconoscimento delle mie qualità di scrittore e del mio essere considerato ancora “affidabile”. Non si commette la biografia di un santo (per i siciliani molto importante, un gigante della santità, il primo nero della storia ad essere proclamato santo dalla Chiesa, venerato in tutto  il  Sud-America)  se  non  ad  uno  scrittore  di   tutta garanzia. Mi avvidi allora quanto fosse importante per me che – non ostante il passo compiuto – mi si considerasse ancora tale. Ero felice, dissi subito sì, e offrii la mia opera gratuitamente. Mi fu poi dato un piccolo compenso spontaneo.
 
   Molte cose si mossero per me, allora. Il venditore di montature per occhiali che ero diventato ridivenne lo studioso che ero stato. Da Palermo mi inviarono antichi e moderni testi di consultazione, le fotocopie dei due processi del Seicento e quella dello storico contemporaneo Tognoletto, ma ormai ero scatenato: ristudiai la storia della Sicilia, quella della schiavitù, gli scritti di Gioacchino Di Marzo e del Di Blasi, leggevo avidamente e annotavo, progettavo il libro e scoprivo il tempo di Benedetto e la sua straordinaria santità. E godevo: finalmente ero io. Per ricerche andai a Palermo. Una cosa nuova che da solo scoprii allora, fu che la cartografia può dare un enorme supporto alla comprensione di un periodo storico. De Seta e Di Mauro hanno fatto uno straordinario lavoro sulle città italiane, io me ne sono servito. Con le carte del tempo illustrate da loro mi parve di vedere Benedetto ripercorrere a piedi scalzi i giardini della Conca d’Oro ancora intatti, entrare nella città murata e percorrerne le vie e il Cassaro.
 
    Ero al lavoro sul grande Nero, quando mi telefonò suor Ausilia Bulone. Non mi ricordavo di lei, eppure l’avevo scelta insieme a suor Nazarena quando, nel 1960, novizie diciottenni, il loro volto delicato e spirituale mi era apparso perfetto per esprimere i momenti più intensi della vita delle suore. Montalbano aveva fatto il resto con la sua arte. Ma erano passati quasi trent’anni, suor Ausilia era ormai la madre generale e mi chiamava per ricordarmi una promessa fatta a madre Catti: scrivere la vita del loro fondatore, il principe di Palagonia.
 
   E’ iniziato allora un ventennio di feconda collaborazione con questa suora intelligente e decisa, dalle idee chiare, fra le quali una specialmente: alla congregazione (nata da un laico, confinata per decenni nell’Albergo dei Poveri di Palermo, riformata dal coraggio di madre Catti) mancava la coscienza di sé, la conoscenza della sua storia, della storia del suo fondatore, di una riflessione sulla sua spiritualità, di  una precisa identificazione nel panorama senza numero delle congregazioni di suore di vita attiva. Io stesso presi coscienza lentamente insieme a lei di queste esigenze, dopo la pubblicazione della prima edizione della biografia del fondatore L’ultimo principe. Ne parlavamo, le prospettavo le mie idee, la trovavo sempre pronta ad accettarle, e spesso erano idee dispendiose, come l’ultima, il Convegno Storico, che mosse la città e impegnò diversi studiosi a livello universitario. Nacquero così nel corso di quasi venti anni le due edizioni della biografia, le riflessioni sulla spiritualità del principe “Amare sino alla fine”, le mie lunghe ricerche nell’Archivio di Stato di Palermo, la scoperta degli scritti del principe, la mia laboriosa   trascrizione (si tratta di manoscritti per lo più autografi) con la pubblicazione della notizia nell’Archivio storico di Storia Patria, la biografia di madre Catti con un’indagine storica sulla congregazione, e insieme ad altre pubblicazioni minori già nell’elenco, l’enorme lavoro compiuto per avviare la “causa di beatificazione” del fondatore, e il lungo Processo diocesano che si tradusse nella compilazione degli Atti ora alla Sacra Congregazione a Roma. Tutto questo è stato punteggiato da conferenze e incontri vari e sussidi che è perfino difficile elencare e che sono stato felice di offrire a madreAusilia, grande amica che non mi ha mai fatto mancare il suo appoggio e la sua concreta e generosa riconoscenza.  
 
     Durante questi anni, nei quali la mia famiglia era tanta parte della mia vita ed io ero preso dal mio lavoro di rappresentante di ottica (al quale mai mi sono adattato completamente, e che dopo il pensionamento ho quasi inconsciamente eliminato dalla mia vita, anche come ricordo), mi venne richiesto di scrivere altre biografie. Una mi impegnò circa tre anni. La chiamai poi La parola è seme, ed era la vita di padre Gabriele Allegra, il grande biblista, traduttore della Bibbia in cinese, fondatore dell’Istituto Biblico di Hong Kong e dell’Istituto Sociologico di Singapore, genio e santo che ho conosciuto, che ho amato, che più volte mi scrisse dalla Cina per spingermi a dedicarmi come missione alla penna e alla composizione di biografie di grandi anime, senza immaginare che un giorno mi sarei dedicato a quella della sua incomparabile vita. Oltre
 
 
 
che l’enorme volume degli Atti della sua causa di beatificazione, studiai la storia della Cina, della rivoluzione comunista, della Chiesa cinese e della grande impresa della traduzione della Bibbia, oltre che dei tanti scritti di padre Gabriele. Che avventura meravigliosa è stata per me, e che gioia quando alcuni giovani frati mi fanno sapere che – insieme a Nera fonte di luce, la biografia di san Benedetto il Moro – anche La parola è seme viene letta appassionatamente e diventa per loro scuola di vita.
 
   Un impegno diverso è stata la biografia di suor Alfonsa Bruno “La cattedra a rotelle”. Suor Alfonsa, Ancella Riparatrice, è stata la protagonista più giovane delle mie biografie, essendo morta nel 1994. Si è ripetuta con lei l’esperienza commovente degli incontri con i parenti più stretti, con gli amici e i devoti che ne parlano ancora come se fosse viva, la necessità di una vigile attenzione per discernere i trasporti di un affetto e di un dolore ancora vivi dalle testimonianze di un sincero stupore di essere stati a contatto di un’anima privilegiata. La stupenda esperienza si era poi rinnovata con l’incarico di scrivere una Autobiografia inconsapevole tratta dagli scritti, che mi ha tenuto occupato per circa tre anni. Questo lavoro non è stato poi ancora pubblicato e non so se lo sarà mai, anche se le ragioni mi appaiono oscure. Mentre proprio agli inizi di questo 2011 ho avuto la soddisfazione di vedere dato alle stampe il saggio storico su Giuseppe M. Maniscalco, il grande francescano della prima metà dell’’800, allo studio del quale mi ero dedicato alcuni anni fa per incarico dei Frati Minori siciliani.
 
   A questo punto dovrei inserire una nota su “Andrai e tornerai. Quasi un romanzo”, la mia autobiografia, ma ne ho scritto e ne è stato scritto molto. Ho rivissuto con essa anni di passione decisivi per la mia vita, è stata come una nuova analisi del profondo, certamente è tra le mie opere la prediletta e ne rileggo talvolta le pagine con stupore per la lucida angoscia che ho avuto la forza di trasferirvi e per quella delicata capacità di proiettare sui paesaggi che furono testimoni delle mie vicende la struggente poesia interiore che è al fondo della mia sostanza.  
    
 
 
   Non ho al momento nessun impegno come scrittore, salvo quelli che da anni ho iniziato e che, proprio per i lavori commissionati, giacciono appena iniziati o incompleti. Non so avranno mai una conclusione La guerra fatta in casa, che si riferisce agli anni della mia infanzia e della guerra ed è da sempre appena agli inizi, e Il cielo e il fango, già più sviluppato, e che rivive il breve e intenso periodo del passaggio dal convento alla vita di laico, dal 1970 al 1973.
   Stancamente ci metto mano di tanto in tanto. Non ho più molta voglia di scrivere. Non ho stimoli, se non la stanca giornata che si trascina e da cui tento di uscire.
 
   Finisco in questo momento di leggere l’articolo di Saviano su Vollman, su questo scrittore del male degli uomini, della sofferenza ma anche della prevaricazione, della tossicodipendenza, le puttane, lo sfruttamento bieco, senza per questo essere attratto dall’abietto o decantare il degrado. Vollman vuole “vedere con più chiarezza il proprio tempo e attraverso le tracce del presente ricercare come un archeologo le sedimentazioni del passato lì dove l’uomo rimane identico, nella brama di potere, nel sangue, nella conquista”. Non ho potuto fare a meno di riflettere come e quanto diverso è stato il mio percorso di scrittore, come e quanto io abbia cercato solo tracce di bene, di compassione, di donazione generosa, di elevazione morale. Il campo di azione che mi è stato offerto era questo. Quanto lontano dalla realtà quotidiana non so, ma certamente è stato animato da un sincero desiderio di offrire una visione della vita dove la speranza ha un posto fondamentale.
   Nessuno dei protagonisti delle mie biografie del resto (né io nel ripensare me stesso in “Andrai e tornerai”) è stato un abitante della luna: Benedetto il Moro era uno schiavo figlio di schiavi venduti su di un mercato siciliano, Francesco Paolo Gravina un marito tradito che ricostruì faticosamente la sua esistenza di uomo, Gabriele Allegra un fuggiasco ricercato dai comunisti cinesi per essere ucciso, suor Alfonsa Bruno una creatura crocifissa da una malattia implacabile, Antonino Petyx un politico abbandonato dai suoi amici di partito e travolto da un fallimento che
 
 
 
 coinvolse tutta la sua famiglia. Di qualcuno (in pratica solo di Arcangelo Placenza e di Benedetto il Moro) ho raccontato di estasi e di miracoli, di tutti che vissero conquistando giorno per giorno la speranza di migliorare se stessi e di offrire una vita migliore al prossimo.
   La speranza, dunque, sta nel tessuto di queste vite che ho raccontato. Che fosse anche una virtù teologale, col pensiero rivolto a una vita futura (“fede è sustanza di cose sperate ed argumento delle non parventi” dice Dante), non toglie che la loro vita non fosse una continua offerta di speranza terrena e di aiuto a costruire un’esistenza migliore qui, su questa terra, un’esistenza meno faticosa, più luminosa, più dolce o meno amara, più ricca o meno povera. Poi, tutti, morirono con lo sguardo al cielo, ma spesso dicendo a chi restava di continuare a provvedere a coloro ai quali avevano dato una speranza di vita.
   La speranza trasferita. E’ l’ultimo modo di sperare.
 
           

il mio silenzio

 

I miei luoghi del silenzio.
      Ho accettato dai promotoritori dell’ “Accademia del silenzio” l’invito silenzioso (dalle pagine del web non scaturisce suono, se non lo cerchi o lo provochi) e mi sono chiesto cosa è stato per me il silenzio, e ne ho trovato subito l’imponente presenza. Appena adolescente volli entrare in convento, e ancora abbastanza giovane lo abbandonai, ma vi sono stato educato al silenzio e il mio rapporto con esso è stato subito determinante di pensieri e azioni e decisioni. La mia vita di giovane aspirante a quell’esistenza che mi parve mia e che condussi e alimentai per anni - gli anni giovani! gli anni che la vita ti pulsa nelle vene e negli occhi e negli interrogativi e nei nervi e nella bellezza delle cose e nel desiderio che ti inondi, la bellezza dico, l’anima – fu educata a trarne il succo dal silenzio.
   Era – il silenzio – nei conventi immersi nel verde e appoggiati ad alture, era nei lunghi corridoi deserti, nella cella tanto spoglia quanto ricca di una luminosa finestra aperta sull’azzurro di cielo e di mare, era nelle ore di meditazione che, se non tentavano al sonno, spingevano all’Incontro, l’Incontro misterioso ma promesso…
   Il silenzio conventuale Non fu mai per me un’imposizione. Fu invito e accettazione gradita, fu aura benefica e viva, ricca di presenze, di idee e di progetti, di incontri sorprendenti, di scoperte. Di vita. Anche di inganni, però.
   Ma un altro tipo di silenzio appresi e sperimentai, prezioso per il “dopo” della mia vita: quello dello studio nella stanza silenziosa e nelle biblioteche. Erano immense le biblioteche, povere anzi prive di aperture sulle novità del pensiero e delle sperimentazioni, ricche però di sapienza antica e di parole sempre valide. Che sconfinato mondo scoprii tra i libri di spiritualità e di saggistica, di filosofia e di teologia, di storia e di critica, le Confessioni e i Pensieri, Matteo e Luca e Paolo ed Erasmo e Newman e (uno dei pochi laici contemporanei ammessi) Chesterton, un mondo di conoscenze, un universo di personaggi, di vicende e di idee, che mi abituò a pensare e a confrontare. Questo avveniva nel silenzio di luoghi ideati e strutturati per pensare e per incontrare il popolo degli antichi in quell’eloquente tacere. 
   Poi abbandonai il convento, e le selve e le alture che arricchiscono i più poveri di essi. La mia avventura silenziosa continuò laicamente nelle biblioteche e negli archivi, ma ho continuato a cercare le alture silenziose, affollate di sogni, di intuizioni, di felicità, di progetti o… di quel grande nulla che rigenera e ci affonda nel rinvigorente tacere delle persone e delle cose.                                                              17 giugno 2011

\"Il resto di niente\"

 
   La protagonista del libro che ho appena finito di rileggere (leggere e rileggere) si chiama Lenòr.
   Lenòr – poco tempo prima che la sua vicenda si concluda - “sta affacciata a uno dei camminamenti di Sant’Elmo, in questa notte straordinaria. Prova sensazioni confuse: vorrebbe cogliere quanto può dell’indicibile spettacolo di natura e vita…
   Nella penombra l’aria è tenera, fresca. Dai giardini della Certosa salgono profumi intensi, sul mare fruscia il segno bianco della luna. Il Vesuvio fiotta, a intervalli regolari, lenti fasci scarlatti. Piccolo vento fa stormire fiori, foglie, t’accarezza il viso. Il golfo è illuminato da navi e barche, come ai tempi lieti…”.
   Di tanti libri nuovi che ho da leggere (autori autorevoli, scritti premiati, romanzi che parlano dell’oggi) sono tornato a “Il resto di niente” di Enzo Striano, pubblicato per la prima volta nel lontano 1986. Una Napoli incantata e finita, uno scrittore che dava alle stampe l’ultima fatica e poi ci lasciava per sempre, un’eroina d’altri tempi, una rivoluzione fallita e forse mal congegnata… un tuffo “nel resto di niente”. Perché? Se l’avete già letto (è facile, ma molto tempo fa), o se non l’avete mai gustato e amato, prendete fra le mani questo “straordinario romanzo – scrisse allora Antonio Ghirelli – forse il più romanzesco, il più poetico di tutta la letteratura napoletana del secolo”. Lenòr – la Pimentel de Fonseca della storia – vi appare fragile e forte, appassionata e disincantata, moderna e anticipatrice, circondata dai nomi della grande Napoli dell’Illuminismo – Pagano, Cirillo, Serra di Cassano… - non più solo nomi ma da Striano riportati in vita, brillanti, geniali, goffi, ingenui e folli. E infine, ma non in fine, è dall’esordio, da ogni capitolo, da ogni momento della vicenda di Lenòr, c’è Napoli. Quelle prime righe che ho trascritto è Napoli, è Napoli anche quando Striano ci conduce per i sordidi vicoli e i luridi fondaci (ma non era mondezza, Parigi e Londra non erano diverse alla fine del ‘700!) Napoli è la maga che affascina. Senti che “l’aria è tenera e fresca” vedi sul mare “frusciare il segno bianco della luna” e “piccolo vento” (piccolo vento! alito, soffio, refolo) t’accarezza il viso.
   E’ un invito, che vorrei fosse più insinuante delle splendide foto di Napoli che alcuni offrono al godimento della vista. Un invito alla bellezza che ci appartiene, e al godimento mentale.   

Riflessioni di fine e insieme

 

  
   Ho scritto dei libri, ne ho letto tanti, ho le mie preferenze e credo di saper fare le mie scelte, ma sono ancora e sempre sgomento dall’imponenza della “quantità” dei libri pubblicati, degli autori importanti che sembrano moltiplicarsi, delle opere segnalate come “da leggere” perché questo e perché quello. Pur essendo un lettore veloce, capace di divorare un libro se traspira fascino di idee o di avventura, non mi sono mai proposto di farlo, deve “succedere”. Ma un libro che lo meriti deve anche essere gustato, assaporato, devo – se lo ritengo opportuno – tornare sulla frase, sul periodo appena letto, entrarvi dentro, perfino memorizzarlo, annotarlo, trascriverlo! Sono debitore a molti di grandi pensieri e di immagini, di soluzioni verbali e scritte, di idee che mi sono apparse nuove e che lo erano per me, e sono grato a coloro che me le hanno trasmesse. Molti che hanno recensito miei lavori hanno elogiato la mia cultura: no, sono solo debitore a tanti, sono un ricco “contenitore” e un buon amministratore del contenuto. Qualche idea originale, però,
   Ho appena riletto un inciso che più su ho scritto: “entrarvi dentro”. Non è un errore, anche se quando si entra si entra sempre “dentro”! Leggendo un libro, digerendo un’idea però è così: si penetra, ci si incunea, si varcano i confini dei termini e si irrompe nel cuore del pensiero: si entra dentro!
   Ma ritornando sull’esordio della chiacchierata, la quantità dei libri da leggere e dei “grandi” autori contemporanei da conoscere talvolta mi sgomenta. Talvolta, però. Perché rifletto: e allora? Quanti scrittori dei secoli passati dovrei ancora leggere per gustare tutto il sapore del genio antico! Per fortuna, il genio umano ha prodotto capolavori o anche semplici “buoni” libri in ogni tempo. E insieme, quanti dei libri oggi vantati come eccellenti cadranno per via? Perché affannarmi?
   Torno al buon costume di leggere senza affannarmi un libro per volta (magari due, sì), e – tutte le volte che mi accade di incontrare quello che si isola e si innalza su tutti gli altri – di degustarne il gusto e l’impasto e la fortuna di avere scovato in sé l’idea e l’originalità. 

riemersione e ripresa di conta

 

Amici.

   Riprendere il contatto con la realtà, come un sub che emerga dalle profondità marine e, scuotendo l’acqua salata dai capelli, si tolga gli occhiali da immersione e riscopra il cielo e la superficie ondivaga del mare aperto: questa è la sensazione che provo quando finisco di scrivere un libro. Sono molti ormai, tra biografie e saggi e collaborazioni e l’unico amatissimo romanzo, dovrei contarli, credo di essere a quota quindici o sedici, ma l’immersione è ogni volta totale, vivo col mio protagonista del momento, mi lascio sedurre da lui (ogni tanto è una lei), discuto e litigo coi documenti – quasi sempre d’archivio – come fossero vivi e parlanti e finalmente (ma dopo quanto tempo!) la pagina si riempie delle mie parole e della sua vita, e le mie parole sono la sua nuova vita.

   Alcuni di voi si chiedono da quali profondità emergo. In pochi lo sapete: ho appena finito di scrivere una vita impossibile, la storia di una donna vissuta per decenni entro l’involucro di un corpo progressivamente più rigido e fonte di dolore inenarrabile per lei, che però dentro il corpo viveva una affascinante storia d’amore con Dio. Aspirava alla morte, ma mai la chiese, dei suoi dolori non si fece mai argomento, per tutta la vita si nutrì di questo sogno “Ho tanta nostalgia del Cielo” e ne attese la realizzazione. Si chiamava suor Maria Alfonsa Bruno, è morta nel 1994. Ora che ho spedito al committente il manoscritto e i CD che contengono il lavoro di tre anni, mi sento stranamente “libero”, ed ecco: emergo e mi guardo intorno e vi cerco, amici, e dico, sono qua, parliamo, ho bisogno di persone vive, e sane, e intellettualmente vivaci.

   Intanto, mentre la difficile “vita” di suor Alfonsa andava crescendo sulla mia scrivania in fastelli di fogli e appunti e raccoglitori, altre due nascite letterarie sulle quali ormai non speravo più, arricchiscono questa mia operosa vecchiaia, due lavori finiti e quasi dimenticati: i due contributi oggi pubblicati nel “Dizionario Enciclopedico dei Pensatori e dei Teologi della Sicilia”, fresco di stampa (Salvatore Sciascia, Caltanissetta-Roma, 2010), e un saggio storico su di un francescano della prima metà dell’Ottocento, padre Giuseppe M. Maniscalco, robusto pensatore e promotore degli studi in un  difficile momento della cultura cattolica. Bisognerà che ne parli, per me stesso logicamente, per mia soddisfazione, per continuare ad arricchire di ore “otiosae” la mia tarda e spiritosa vecchiaia, visto che un antico saggio ha scritto “nihil est otiosa senectute iucundius…”, “nulla c’è di più allegro che una vecchiaia tra gli impegni della mente” (perdonatemi, ho dovuto tradurre a modo mio quell’otiosa, che diversamente sarebbe apparsa troppo berlusconiana…). 

 

 

Amici! Già alcuni di voi (privilegiati) avete ricevuto quersta strepitosa notizia: "io torno dal pelago alla riva!

riemersione e ripresa di conta

Inserire qui il testo

il primo giorno della vita

“ogni giorno è per ciascuno sempre il primo della vita che gli resta da vivere, anche se si è troppo occupati per rendercene conto” e solo con questa consapevolezza “davanti a noi si apriranno prospettive grandiose”.

il mio manifesto per \\

Amici miei. Per circa cinque mesi ho letto i messaggi che ci si scambia su facebook ed ho cercato di inserirmi. Con difficoltà, lo confesso apertamente. Perché ho dovuto capire, lentamente, che la grande platea di facebook è aperta ad ogni battuta, confidenziale, comica, seria, serissima, politica, sociale, buffonesca, sboccata, religiosa, spiritosa...e anche inutile! Troppo, per un vecchio come me, abituato al motto latino "bene dicit qui bene distinguit". Che fare? Vi voglio bene, tutti, ma così non la reggo. E neppure riesco a rinunziare a voi, ormai. Ma non capisco cosa può importare a tanti di voi se il mal di pancia mi tormenta, se mi sono svegliato con la noia di vivere, se gradirei un babà o se l'artrosi oggi è proprio insopportabile. E neppure se Berlusconi ha detto un'altra cazzata. Voglio mandarvi messaggi che ci aprano il cuore e la mente, magari divertenti, magari leggeri come piume o pesanti come l'angoscia, voglio scrivere ogni tanto (ogni tanto, proprio quando sento il bisogno, quando mi serve un testimone, uno, venti, o tre o quattro  testimoni, raramente, con discrezione, con arguzia (?) be', come capiterà), e mi andrà bene ugualmente se qualcuno di voi penserà: questa è un'altra delle sue. Credo che dovrete, per entrare in contatto con me, leggere il mio breve messaggio su facebook che ne ho scritta un'altra delle mie, e venire qui, sul mio sito, nel "Salotto di Dulcamara". E' una pretesa, lo so, ma non so fare altrimenti. E peggio per me se non verrete... Umberto.   

\"angeli\" nelle carceri

«Angeli» nelle carceri strapiene
Ecco l'impegno dei volontari
 
 
Il primo approccio può passare attraverso la richiesta di una maglietta nuova o un flacone di shampo. Oggetti di banale uso quotidiano, preziosissimi invece per chi, spesso, è privo di tutto. «Da questo scambio nasce la prima occasione per entrare in contatto con il detenuto – spiega Paola Cigarini, volontaria da circa 20 anni, nel carcere di Modena –. Serve per rompere le barriere, per entrare in relazione con la persona». È un’attività paziente quella di Paola e delle altre migliaia di persone che, in tutta Italia, si impegnano per stare accanto a chi si trova in carcere. Un’attività fatta di piccoli passi, di piccole conquiste e tanto ascolto.

Un vero e proprio esercito, quello dei volontari e degli “operatori non istituzionali” che spendono il loro impegno nei penitenziari italiani: nel 2008 è stata toccata quota 9.286 unità. Cui vanno aggiunti 137 volontari che collaborano con gli Uepe (Uffici per l’esecuzione penale esterna). Numeri in costante crescita: nel 2001 infatti erano poco più di 6.500 e solo quattro anni dopo, nel 2005, si superava di poco la soglia di 8.300 unità. La loro presenza, sul territorio nazionale, però è disomogenea: a soffrire sono soprattutto le regioni del Sud dove si trova il 45,2% degli istituti e il 20,6% degli operatori non istituzionali. Al Nord invece gli operatori della società civile incrementano ancora la loro presenza: quasi un operatore su due (49,1%) è attivo nelle regioni settentrionali. Una situazione a macchia di leopardo, legata anche alle diverse sensibilità dei direttori delle singole carceri. L’attività dei volontari in carcere è regolamentata da due articoli dell’Ordinamento penitenziario: l’articolo 17 ( che prevede la «partecipazione della comunità esterna» al trattamento rieducativo. Ad esempio chi organizza attività formative o ricreative) e l’articolo 78 (persone che partecipano «all’opera di sostegno morale dei detenuti e al futuro reinserimento nella vita sociale»).

Un impegno non facile, stare accanto a chi è ristretto in una cella di tre metri per tre. «Non sempre le necessità espresse a parole sono quelle vere, bisogna saper leggere tra le righe. Una capacità che si conquista negli anni», commenta Guido Chiaretti, presidente della Sesta Opera San Fedele di Milano: la più antica associazione di volontariato carcerario della Lombardia ( venne fondata nel 1923 e fu grazie al suo impegno che, nel 1975, vennero introdotti gli articoli relativi al volontariato in carcere, ndr) che organizza anche corsi per aspiranti volontari penitenziari.

«Quello che cerchiamo di fare – spiega ancora Chiaretti – è far capire al potenziale volontario in che contesto si deve muovere e quali sono i suoi limiti: il carcere è un mondo con tantissime facce diverse». Ma deve anche sapere che cosa si aspettano gli altri da lui. Saper ascoltare e instaurare un rapporto di fiducia con una persona in difficoltà, certo, ma l’attività del volontario può giocare un ruolo determinante (e molto concreto) sul futuro della persona cui tiene la mano durante un colloquio. «Pochi sanno – aggiunge Chiaretti – che la magistratura di sorveglianza ha un grande bisogno di avere informazioni sulle persone che deve giudicare. A Milano i magistrati sono pochi rispetto alla popolazione carceraria da seguire, hanno un gran bisogno di conoscere la storia delle persone che devono giudicare. E per questo chiedono che i volontari siano antenne capaci di segnalare le situazioni, le storie dei detenuti».

Senza dimenticare che ci sono tante altre sfaccettature, decine di altre piccole, ma fondamentali attività: dalla distribuzione di vestiti e generi di prima necessità all’assistenza legale, dal supporto alle famiglie al disbrigo di mille pratiche burocratiche. «Il volontario fa molto per contribuire a dare un senso alla pena – commenta Ornella Favero, coordinatrice del giornale “Ristretti Orizzonti” realizzato dai detenuti del “Due Palazzi” di Padova –. Purtroppo però non riesce a raggiungere un sacco di persone. Il rischio è che il volontariato sia considerato un “tappabuchi” delle carenze delle amministrazioni penitenziarie”.

la voce dei giovani iraniani

Oggi alle 13 (ora iraniana), a Teheran e in tanti altri Paesi verranno
lanciati in aria come simbolo della resistenza della gente dell'Iran

"Fate volare palloncini verdi
nel cielo di tutto il mondo"

Si cercano e s'inventano altre forme di lotta dopo la sanguinosa repressione dei giorni scorsi
Qualcuno è scomparso anche dal web: E ha scritto: "Ricordate il nostro martirio"
di FATEMEH KARIMI


 

"Fate volare palloncini verdi nel cielo di tutto il mondo"
Fatemeh Karimi è una studentessa iraniana che, come tanti altri, sta vivendo questi giorni di paura, rabbia ed emozioni. Giorno per giorno, riferisce sul nostro sito quello che vede e sente, quello che vedono e sentono i suoi amici. Fatemeh aveva cominciato il suo racconto sul sito "AgendaComunicazione.it" che da tempo si occupa di comunicazione. I colleghi di "AgendaComunicazione" ci hanno chiesto di accogliere la sua voce su Repubblica.it per ampliarne la portata.


TEHERAN - Oggi sono stata tutto il giorno in casa sono uscita soltanto per comprare i palloncini esclusivamente verdi all'inizio della mia via. Ne ho comprati ben 12 e ho intenzione di gonfiarli e lanciarli in aria domani (venerdì) alle 13 ore iraniana non ho ancora scoperto come gli devo gonfiare per farli volare bene. Sono un po' depressa e stanca non ho tanta voglia di uscire comunque non so dove andare e cosa fare.

Il tam tam è iniziato ieri dopo la sanguinosa repressione del regime, catene di mail e gruppi su Facebook chiedono a tutti iraniani e non, dentro l'Iran e negli altri paesi di far volare dei palloncini verdi in segno di solidarietà, speranza e per mostrare che la nostra battaglia non è finita continua. Gli sms non funzionano e comunque ho deciso che non ne farò più uso. Voglio anche legare dei nastri verdi e bigliettini ai miei palloncini scrivendo libertà e Allaho Akbar.
Oggi non c'erano in programma manifestazioni e comunque io ormai sono a casa e non mi hanno avvertita vedrò stasera o domani se e come si sono svolte.

Ci sono gruppi che vogliono far saltare l'elettricità con l'accensione di elettrodomestici, ma io non sono d'accordo non potrò più andare su internet e ci saltano tutti i contatti, visto che ho installato un rompi filtro fantastico (your freedom). Ho solo qualche problema con Youtube la lettura dei video è veramente lenta. Per il resto ho accesso alla rete senza problemi. I giornali ormai sono inaffidabili ci informiamo come possiamo nei blog, media stranieri e social network. Via mail mi hanno mandato un nuovo giornale clandestino Khyaban ''La Strada'' in formato pdf che critica aspramente le ultime violenze. Ho già scritto un articolo completo per Agenda News.

Ho appena letto il comunicato di Mir Hossein Mousavi, finalmente, afferma che la tv di stato, le agenzie di stato e i giornali come Keyhan hanno distorto la verità dei fatti prima e dopo le elezioni. Dopo giorni di accuse rivolte al candidato riformista di avere fomentato la rivolta titolo di Keyhan giornale ultra conservatore diretto da Hossein Shariatmadari molto vicino al leader supremo.

Inoltre Mousavi dice che le elezioni sono state una grande bugia e che i manifestanti sono stati massacrati di botte, uccisi e arrestati.

Lo staff del candidato ha inoltre chiesto l'autorizzazione a celebrare una cerimonia per i martiri degli ultimi giorni. Se verrà concessa, il luogo verrà comunicato.

Dopo il volo dei palloncini domani abbiamo in programma di accendere dei lumi per il tramonto e per la sera. Si devono calmare gli animi e forse dobbiamo sperimentare altre forme di protesta come gridare Allaho Akbar dai tetti.

Faccio un ultimo giro su Facebook e Twitter e noto con grande preoccupazione che Persiankiwi non scrive dalla sera del 24 giugno i suoi ultimi post sono stati : ''dobbiamo muoverci - non so quando potrò ricollegarmi - hanno arrestato uno di noi sarà torturato e farà dei nomi - adesso dobbiamo muoverci in fretta'' poi ''grazie a tutti quelli che hanno supportato l'onda verde - perfavore ricordate il nostro martirio - Allaho Akbar'' e infine ''Allah- tu sei il creatore di tutte le cose e ritorneremo da te Allaho Akbar''. Sperò che non gli sia successo nulla, era un punto di riferimento su Twitter .

Sono esausta domani è un giorno importante è il secondo venerdi dopo le elezioni e staremo a vedere chi guiderà la preghiera e che parole useranno.
Sono quasi le due e mezza o forse tre è in chat si scatenano è morto Michael Jackson il re del pop, mi dispiace è stato un idolo ed è molto amato dagli iraniani come tanti altri cantanti occidentali.
Poi mi sorge il dubbio non sarà che la morte di un grandissimo della storia della musica oscurerà la nostra battaglia?

“Ridentem dicere verum, quiid vetat?”
    “Cosa vieta di dire la verità se fa ridere?” Orazio.
“Words!Words! Words!”   
   “Parole!Parole!Parole!” Amleto lo aveva già detto a Polonio, prima che Mina e Alberto Lupo lo cantassero.
    E ora, i giochi abbiano inizio!
 
Il carro di Dulcamara
Il colore dei miei figli
                                                                 “Ahi figlio, sai, sai
                                                                  da dove vieni?...
                                                                  Da tanti luoghi vieni
                                                                 dall’acqua e dalla terra,
                                                                dal fuoco e dalla neve,
                                                               da così lungi cammini…
                                                                           Pablo Neruda
 
   Ennio Flaiano diceva che il motto, la bandiera e la scusa, il paravento dell’italiano medio è tengo famiglia!
   Io pure “tengo famiglia”, ma lo strano è che essendo inequivocabilmente italiano (non so se medio o giù di lì) oltre che di due figli maschi, trentenni e bianchi (Massimo dà sul biondo, Ezio sul bruno, ma bianchi sono) sono padre anche di un adolescente olivastro che si chiama Ramdas e di una femminuccia nera, che si chiama Làriza.
   I primi due sanno dei miei trascorsi nel Bangladesh e in Guinea-Bissau, e lo sa perfino Lucia, che da oltre trentacinque anni sopporta le mie “originalità” (chiamiamole così), e tutti e tre considerano la cosa con indifferente benevolenza. In fondo, sono un po’ miei complici.
   Ho sempre sognato di diventare padre di numerosa prole, e quando ho capito che - per ragioni tecniche sulle quali mi consentirete di non diffondermi - ho capito che non sarei andato oltre i primi due, senza perdermi di coraggio mi sono guardato intorno.
   Il panorama era vasto, l’offerta ancora maggiore, di figli di nessuno chiamati un tempo crudamente figli di N.N. (padre non noto) o di M.I. (madre ignota) traboccavano e traboccano gli enti ed istituti preposti a raccogliere i frutti di spensierati o più spesso sfortunati genitori. Ma l’iter da percorrere per conseguire una paternità adottiva si profilava lungo oltre le possibili previsioni dei miei già avanzati anni.
   Rassegnarmi? No, mai, non sono il tipo.

M’informo, e la veduta si allarga. Terre lontane mi vengono indicate, uomini e donne che vanno, (molti nel nome di Cristo, altri nel nome dell’amore, che è la stessa cosa), e raccolgono figli di altri e di nessuno, perché se un padre non può darti da mangiare non hai un padre… E allora (mi fu detto) adotta un figlio di una terra lontana e a te sconosciuta, dà una mano a chi è già sul posto, che sia il Bengala che Salgari ti fece sognare da ragazzo, o il Malawi o l’Uganda nere,  che  sia  il  Darfur   tormentato o   il Myanmar  delle affascinanti danzatrici Birmane,  sul posto - quale che sia - quei coraggiosi spinti là dall’amore riceveranno il tuo aiuto, e i diseredati figli di altri riceveranno da te pane e vestiti e acqua e quaderni per la scuola e diventeranno tuoi, perché il padre è quello che ti veste e ti dà cibo e acqua e quaderni ed educazione…

Ahi figlio, sai, sai, da dove vieni?
  I giorni che esco dalla mia casa sicura per andare all’ufficio postale e spedire quei soldi (soldi? soldini! c’è voluto ben altro per Massimo e per Ezio!) io seguo quel gruzzoletto col pensiero e col cuore e lo vedo arrivare in un villaggio e in una missione del Bangladesh, e so che all’ultimo degli otto figli di Choròn e di Moni viene cucito un vestitino per andare a scuola, e che ha in mano i quaderni e la penna e la colazione… E gli anni sono passati, Ramdas è diventato un giovane operaio, e un giorno il missionario mi ha scritto: basta, caro amico, Ramdas ha lasciato il villaggio, ha trovato lavoro perché ha un mestiere sicuro…
                                                          Ahi figlio, ora da così lungi cammini…


La piccola Lariza

Ora c’è Làriza.

   I suoi occhi, bianchi sul visetto nerissimo che spicca sul vestitino giallo a grandi fiori amaranto, mi guardano con fiducia. Làriza mi guarda dal piccolo villaggio di Amizade Bubaque nel piccolissimo stato della Guinea-Bissau. Io ho settantotto anni e una piccina di sei, e mi intenerisce questa paternità degna dell’età di Abramo. Come avrei potuto arrivarci?

   Ti aiuterò a crescere, Làriza, finché avrò respiro e vita e potrò andare all’ufficio postale e saprò che tuo padre Moreno e tua madre Cristina, per l’insignificante sacrificio di questo lontano padre adottivo, potranno comprarti vestitini a grandi fiori colorati e zoccoletti bianchi e cominceranno a costruirti una piccola dote che ti farà un giorno donna e madre.

 

 

                                                          Ahi figlia, da tanti luoghi vieni

                                                         dall’acqua e dalla terra,

                                                         dal fuoco e dalla neve…

                                                          da un lago di gabbiani

                                                          bianchi e affamati…

 

                                                                                           Umberto

Chiedetemi come si fa, ad avere figli di colore, o anche bianchi, perché io lo so, come lo sanno tanti, e forse anche voi che mi leggete, come si diventa genitori anche quando la natura vi ha fatto uno sberleffo e - sciocca e impotente (ogni riferimento è puramente casuale) - vi dice: No, tu no! E voi, ridendo commossi, rispondete: Sì, io sì, anche io sì!   
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